Nuova recensione di "Un certo senso" di Francesco Fagioli su L'Indice


 e107    26 set 2007 : 22:40
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Recensione de L'indice
"Egregio amministratore, le sarà certamente noto che nell'aprile 2001 si verificò un'occlusione nella colonna di scarico delle acque nere che serve il mio appartamento, quelli dei condomini sottostanti e del condomino soprastante. Tempo fa notai la fuoriuscita di cattivi odori dai sanitari del mio bagno di servizio (…) Cordiali saluti Antonio Senso Proprietario dell'appartamento interno 7, piazza Elba 16". Che cosa può esserci di più antiromanzesco di questo esordio e congedo di lettera stilata in perfetto burocratese e mai spedita, ma, in compenso, reiterata come in un riff ossessivo per ben sessantuno volte e destinata a tale Gianluca Barbaro amministratore di condominio? Nomen omen, questo, a quanto si desume dal finale cruento e dissonante rispetto al tono medio del racconto.

Eppure il romano Francesco Fagioli, classe 1961, riesce a riscattare la natura intrinsecamente monotona di queste missive accogliendole, per così dire, in un romanzo che risulta senz'altro fra i più originali e sorprendenti degli ultimi tempi. Va anche sottolineato il fatto che questo libro, candidato al premio Strega, è uscito vincitore da una selezione operata dal supercilioso ed elitarissimo gruppo iQuindici, collettivo di lettura e filiazione on line del collettivo Wu Ming: fortunato travaso dal web alla carta stampata.
La vicenda ha come suo epicentro un condominio romano e, all'interno di esso, l'appartamento del protagonista: Antonio Senso, uomo sensibile e vulnerabile, artista con un perenne grande avvenire dietro alle spalle. Il suo appartamento si rivela come una sorta di panopticon dal quale questo maniacale compilatore di lettere scruta e certifica la composita, pittoresca umanità che affolla questo milieu urbano: c'è l'ex portinaio Angelacci, dal fiato puzzolente come una cloaca, deturpato da un bubbone sotto il naso, Donnini, manager dell'Alitalia, mondanissimo viveur, gli inquietanti e misteriosi Stanzoni, il signor Lodolce e sua figlia Mietta, avvizzita e isterica, la cui medusea bruttezza pietrifica (e non solo) Senso. Tutti cognomi senhal o antifrastici, a partire ovviamente da quello del protagonista.
Fagioli pare più eccitato che intimorito dal repêchage di due toposnarrativi ottimamente frequentati, quello della lettera smarrita (Bartleby e Poe per indicare due numinosi progenitori) e quello del romanzo condominiale (La vita: istruzioni per l'uso di Perec, ma anche il Gadda del Pasticciaccio). Sa egregiamente eludere ogni Anxiety of Influence attraverso il ricorso a uno stile che, pur imprigionato dalla "gabbia" epistolare, cattura e avvince. La cura e la raffinatezza linguistica intorbidita da qualche superfluo manierismo, che dimostrano una frequentazione non banale della letteratura italiana di questo secolo (Savinio e Landolfi, in primis), i monologhi interiori non esenti da qualche eccesso di cerebralismo, lo sdipanamento della furia divagatoria del personaggio si coagulano efficacemente in una scrittura che, a dispetto dell'unidimensionalità del registro (la lettera) e del luogo (il condominio), non genera mai sazietà né noia.
Potremmo considerare questo romanzo anche come un riuscito e calibrato esercizio di stile, perché in fondo tutte le vicende che lo caratterizzano si sviluppano in virtù di una serie di impercettibili slittamenti e spostamenti, affioranti nel canovaccio ne varietur di ogni lettera. Ma è proprio dentro quelle piccole slabbrature della struttura fissa che Senso rinviene voragini di parole e vicende che chiariscono il caotico rapporto che il protagonista intrattiene con il mondo, dentro e fuori dal condominio. È come se queste "Raccomandate a nessuno", o meglio a uno a cui non vengono mai spedite, fossero solo l'occasione per sbrogliare un garbuglio esistenziale altrimenti irrisolvibile.
Il complesso rapporto con il genere femminile, con abbondanza di descrizioni pornosoft, ma mai volgari e piene di un humour contagioso, la condizione dell'artista, le cui eteroclite opere costituiscono un manualetto per ironizzare sulle tendenze di certa arte contemporanea (dall'ossessione per il ready made alla Land art del suo versiliese "Pontile rosa" o l'impiccato alla mongolfiera in puro stile Cattelan), la poetica scorribanda nell'immaginario onirico degli animali (e queste a parer mio sono le pagine più belle del romanzo perché "Imponente sarebbe il catalogo dei sogni prodotti dalla fauna addormentata") sono i tasselli attraverso cui progressivamente la figura di Antonio Senso, artista fallito e personaggio non facilmente dimenticabile, progressivamente si compatta e struttura. Non certo quel monumento alla sventatezza e all'insensatezza delle prime pagine, quel monomaniaco oppressivo che sfoga la sua bile rancorosa scrivendo, ma un essere che incuriosisce e diverte, che intenerisce e commuove e che, alla fine, in un certo "senso" pare tanto consustanziale al proprio cognome.
Linnio Accorroni

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